Renzi, l’uomo della conservazione impossibile

di Luigi Tedeschi

Per un Berlusconi che finisce, ne nasce subito un altro. Trattasi dei miracoli della politica
mediatica, che si alimenta di miti virtuali senza soluzione di continuità.E’ la virtualità mediatica che presiede ai destini della politica, e che ha determinato l’imprevisto plebiscito pro – Renzi. Qualche slogan ispirato al rinnovamento, alla rottamazione della vecchia leadership PD, unitamente a qualche manovra demagogica (80 euro) in stile berlusconiano, sono bastati a creare un nuovo leader, che secondo sinistre previsioni potrebbe inaugurare un ventennio renziano dopo quello berlusconiano. Renzi sarebbe dunque interprete dell’ansia di rinnovamento di un popolo italiano sempre più distaccato dalla politica e rassegnato alla decadenza. Il successo di Renzi è dovuto, oltre che all’impatto mediatico della nuova politica basata sul personalismo del leader, alla dimensione dirigista e oligarchica che ha assunto la politica negli ultimi anni. Il rinnovamento non nasce da forze politiche nuove che, forti del consenso popolare si sostituiscono alla vecchia classe dirigente, ma bensì dall’alto, da quegli stessi partiti di governo (vedi PD), già responsabili del disastro economico e sociale scaturito dall’adesione italiana alla UE e all’euro. Un rinnovamento che giunge dall’alto e non dal basso, non può che tradursi in una nuova restaurazione di un vecchio ordine che si perpetua nella sua sostanziale continuità. Renzi infatti ha conquistato il consenso, perché legittimato dalle istituzioni finanziarie europee, sarà l’uomo che dovrà realizzare quelle riforme liberiste imposte dall’Europa: tutto ciò che non hanno fatto Prodi e Berlusconi, dovrà farlo Renzi. Il successo renziano si basa sulla esigenza di sicurezza e stabilità espressa sia dal voto del 25 maggio che dalle oligarchie finanziarie europee, dinanzi ai timori suscitati dall’ondata euroscettica, impersonata in Italia dal dissenso mediaticamente demonizzato del M5S.

L’insuccesso di Grillo però, è dovuto solo in parte ai timori provocati dalla demonizzazione
mediatica, va soprattutto attribuito all’incapacità di catalizzare il consenso dell’oltre 40% di astenuti, di quella parte del popolo italiano sfiduciato dalla politica (specie i giovani), e alla disperata ricerca di una alternativa oggi impossibile. Il voto italiano è agli antipodi di quello europeo. Se le masse europee hanno orientato il loro dissenso verso forze di opposizione anti – euro, in Italia i partiti di governo stravincono in virtù della assenza di alternative credibili. Il popolo
dell’astensione penalizza l’opposizione, non i governi. E’ la minoranza all’opposizione ad essere
processata dagli elettori, non i governi, che anzi assediano l’opposizione con la demonizzazione
mediatica, che evoca fantomatici ritorni dell’Hitler o dello Stalin di turno. In questa farsa
democratica italiana i ruoli di maggioranza ed opposizione si sono capovolti.

Un popolo geloso delle proprie catene

Ma il risultato sconcertante delle elezioni europee non è costituito dal flop di Grillo (che comunque
ha eletto 17 deputati), ma dall’incredibile vittoria di Renzi. Come ha potuto verificarsi? Non è
difficile spiegarne le cause. Renzi ha stravinto al nord, in quelle regioni in cui spopolava il
centrodestra. Renzi ha indirizzato la propria propaganda verso quel ceto medio falcidiato dalla crisi
economica, spaventato dalle false prospettive terroristiche secondo le quali l’uscita dall’euro
comporterebbe il default e inflazione alle stelle. cioè verso quel popolo moderato bisognoso di quella
improbabile sicurezza che assicuri stabilità e difesa di quello status sociale piccolo borghese sempre
più minacciato dalla crisi e dalla abnorme pressione fiscale. Pertanto il ceto medio, già roccaforte
berlusconiana, ha optato per Renzi, cioè per la continuità e stabilità di una classe dirigente
responsabile della recessione, disoccupazione, default finanziario.Ha voluto esorcizzare la paura di
un qualsiasi cambiamento che comportasse la fine di quelle residue, piccole e false certezze di
sopravvivenza in un capitalismo globale che sta causando l’estinzione e la proletarizzazione proprio
di quel ceto medio che si dimostra consenziente alla propria rovina. Si è realizzata quindi una
sintesi plebiscitaria tra il popolo dei benpensanti di destra e le fasce progressiste ed europeiste
della piccola borghesia di sinistra. Questo è il nuovo popolo – bue del conformismo renzista, votato
alla conservazione dell’esistente. Parafrasando Marx, che rivolgendosi al proletariato afferma “avete
da perdere solo le vostre catene”, espressione oggi di sconcertante attualità per i popoli europei
oppressi, si può affermare che invece gli italiani sono assai gelosi delle proprie catene, che vedono
minacciate e vogliono preservarle, insieme con l’euro e la BCE.

Renzismo, un berlusconismo aggiornato

Il risultato elettorale italiano non è affatto sorprendente, né difficile da interpretare, perché in
perfetta coerenza con il tramonto della politica verificatosi dagli anni ’90 in poi. La fine delle
ideologie, la dissoluzione degli stati nell’era della globalizzazione, il dominio incontrastato del
capitalismo, sono fenomeni che hanno generato un individualismo ed un economicismo che si è radicato
in tutti gli ambiti della vita sociale. Pertanto la politica non è più terreno di confronto tra
ideologie o classi contrapposte, ma semmai consiste nella ricerca di un consenso mediatico fondato su
interessi individuali o lobbistici. La società non è composta da popoli o classi sociali, ma da
individui. Infatti è solo l’interesse individuale o di gruppo a determinare il successo o meno di
partiti diversi, ma tutti omologati ad un sistema liberista di stampo anglosassone. E’ la stessa
dimensione politica dell’uomo ad essere venuta meno, data la scomparsa del principio fondamentale del
bene comune, in una società disgregata e priva di valori unificanti. Infatti il consenso basato sugli
interessi individuali non ha natura politica, ma anzi, in esso si riflette una condizione umana anti
– politica. Perché in un corpo sociale frantumato e atomistico la funzione della politica consiste
solo nella salvaguardia dalle interferenze del pubblico nella sfera degli interessi privati, nel
totale rigetto cioè della dimensione sociale – comunitaria che invece antepone l’interesse generale a
quello particolare. In questa ottica individualista e anti sociale può essere compreso il successo
ventennale del berlusconismo; il renzismo ne è quindi la versione rinnovata e aggiornata.

Il tramonto della politica

In Italia le problematiche europee sono state offuscate in una contesa politica sugli equilibri
interni. Non si riscontra quindi alcuna coscienza delle gravità della attuale crisi sistemica, né
delle prospettive della sua evoluzione. E questo è uno degli aspetti più rilevanti della scomparsa
della dimensione politica nella società attuale. E’ l’Europa dell’euro la causa della crisi degli
stati, non il mancato adeguamento di questi ultimi al modello euro – finanziario. Gli stessi
schieramenti politici dovrebbero avere la propria origine e la loro ragion d’essere in relazione alle
problematiche che emergono in un dato contesto sociale, in cui si creano delle aggregazioni intorno ad
una pluralità di tesi e proposte tra loro contrapposte. Nell’attuale contesto politico, sono invece i
partiti a porre ed affermare i temi di una competizione tra interessi e rapporti di forza di gruppi in
cerca di un consenso strumentale a strategie di un potere fine a se stesso. Questa è la causa della
disaffezione delle masse verso la politica.

La scomparsa del popolo

La politica è dunque oggi competizione tra interessi. Non a caso il discorso politico si traduce in un
dibattito economico, che oscura ogni aspetto sociale. I risultati elettorali sono soggetti al giudizio
dei mercati. Quindi se è l’interesse egoistico a muovere l’agire politico, la sfera politica non può
che essere appannaggio di tutti coloro che abbiano un interesse proprio da difendere o affermare. La
partecipazione politica è infatti sempre più ristretta proprio a causa del progressivo impoverimento
dei popoli. E’ infatti estranea alla politica la massa di coloro che non hanno proprie posizioni e
proprietà da difendere e la loro sopravvivenza è subordinata agli interessi di altri. I giovani
disoccupati e la massa di lavoratori espulsi dalla produzione vengono emarginati ed estraniati dalla
società. Le masse emarginate non si identificano più neanche con il proletariato, non costituiscono
più una classe sociale definita, quale soggetto sociale collettivo in cui convergono interessi comuni.
Non costituiscono più nemmeno “l’esercito industriale di riserva”, cioè la massa dei disoccupati che
nelle crisi determina la riduzione del costo del lavoro, poiché ai lavoratori estromessi vengono
preferiti gli immigrati, più docili e flessibili nella produzione capitalista. La emarginazione di
massa, la scomparsa dei soggetti sociali di riferimento, dei popoli stessi dalla conflittualità
politica e sociale, sono le cause della dimostrata impotenza del popolo italiano a reagire dinanzi al
potere oligarchico e finanziario europeo. La crisi economica e l’estinguersi della sovranità nazionale
sono stati invece i motivi trainanti del successo dei partiti anti euro in Europa, sconvolgendo
equilibri ormai consolidati. Perché tanta differenza tra l’Italia e gli altri popoli europei? Perché
l’Italia soffre da sempre di scarsa coscienza della propria sovranità nazionale. Non si comprende oggi
in Italia che la lotta politica non consiste più nella contrapposizione tra destra e sinistra, ma tra
popoli e oligarchie.

Un eterno presente impossibile

L’Italia è fuori dall’Europa. Non perché non rispetti i parametri finanziari della BCE, ma perché, pur
avendo eletto quasi 30 parlamentari euroscettici, non è presente nel popolo la coscienza della
rivendicazione della propria sovranità contro le oligarchie. Tale coscienza, invece presente negli
altri popoli europei, potrà determinare sconvolgimenti politici sul piano interno che non potranno non
avere riflessi rilevanti in Europa. Manca la coscienza della crisi perché è assente negli italiani la
visione di un futuro, di una prospettiva cioè che possa delineare il superamento dello stato delle
cose presenti. Il pensiero del futuro genera angosce e conservazione del presente, anziché rabbia,
rivolta, speranza. Non è concepibile in Italia una visione ideale e politica che getti lo sguardo
oltre il presente storico, l’immagine di una società diversa e rinnovata fuori dalla stagnazione del
capitalismo assoluto. Ma il fallimento di questo sistema e la precarietà degli attuali equilibri sia
economici che politici rendono impossibile la conservazione. Nuove crisi e nuovi equilibri politici
che si imporranno in molti paesi d’Europa potrebbero provocare anche in Italia nuove trasformazioni
oggi impensabili. La storia non arresta il suo corso in un mondo che non può riprodursi in un eterno
presente sempre uguale a se stesso.
Luigi Tedeschi

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  1. #1 di flores tovo il 9 giugno 2014 - 17:38

    Purtroppo l’analisi del sig. Tedeschi è perfetta, e quindi non c’è da aggiungere altro: si tratterà di assistere al nostro inevitabile declino, cercando di arrabattarsi. Il destino è il nostro “particulare”. Quei pochi che comunque hanno conservato un minimo di dignità hanno l’obbligo verso se stessi di resistere al degrado. Non so se un dio o l’imprevedibile ci potrà salvare, ma intanto diamo una testimonianza a noi stessi. Flores

  2. #2 di Agostino il 10 giugno 2014 - 13:10

    …..condivido in pieno……..gli 80 euro netti in busta paga certo forse non saranno proprio un elemosina , ma non sono per niente una misura strutturale che difatti avrebbe dovuto partire dalla riduzione del cuneo fiscale. Per non dire poi della mancanza di coperture e che il bonus messo solamente a velle del procedimento impositivo non determinera’ alcun aumento a fini pensionistici. Bonus oltretutto che sara’ e lo vedremo a breve, di limitato orizzonte temporale.
    IL Popolo italiano ha dimostrato purtroppo ancora una volta di guardare ai meri interessi individualistici che prospettare un progetto di lunga durata.Ma i tormenti sono solo rinviati e la disoccupazione in quattro mesi si ‘ gia’ impennata di quasi un punto toccando ora il 13, 6%. A dicembre, tenendo presente il calo occupazionale estivo, diffcilmente potra’ scendere sotto questo livello e con l’aumernto della pressione tributaria globale e l’emergenza di nuove poverta’ sempre piu’ diffuse vedremo presto che i dati dell’economia reale e effetiva sono disastrosi.

    Agostino Fusar-Poli

  3. #3 di Eugenio Orso il 11 giugno 2014 - 07:55

    La pericolosità di Renzi per il paese è fuori discussione. Deve continuare, costi quel che costi ma imbrogliando e millantando per il popolume, sulla strada aperta dal boia Monti.

    Quello italiano, oggi, può essere un eterno presente impossibile, ma con uno sguardo al passato…
    Cerco di spiegarmi meglio, pur in estrema sintesi.
    Da tempo le aristocrazie del denaro e delle City smaniavano per affidare stabilmente l’Italia al “connubio” ex-pci e ex-dc, con governi eletti (con l’inganno) o nominati senza elezioni (a loro poco importa). Più di un connubio cavouriano, si trattava (e si tratta) di una sorta di consociativismo al servizio del grande padrone esterno, questa volta totalmente contro l’Italia. Il primo, rilevante cenno di scomposizione e ricomposizione del quadro politico italiano si è avuto con il cosiddetto compromesso storico (dai primi settanta, attori Berlinguer, Moro, Zaccagnini, non il Psi), quando ancora, però, il paese non era soggetto a una dittatura mercatista esterna, conservando la sovranità sulla moneta e sulle politche economiche. Da allora i cambiamenti storici, culturali e socioeconomici sono stati rilevantissimi, e la scomposizione-ricomposizione è continuata. Le ultime scomposizioni e ricomposizioni del quadro politico italiano (ncd, fi, pd renziano), nell’eterno presente descritto da Tedeschi, sono avvenute con un “occhio” furbescamente rivolto al passato, mantenendo ritualmente quello che è ormai un inganno, cioè la dicotomia destra/sinistra. Perciò quando Renzi o altri piddini parlano della “nostra storia” e delle “nostre tradizioni”, non si riferiscono a una coerenza da mantenere con la storia, con il passato, con primeve istanze politiche, ma banalmente a questo …

    Cari saluti

    Eugenio Orso
    http://pauperclass.myblog.it/

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