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Renzi, l’uomo della conservazione impossibile

di Luigi Tedeschi

Per un Berlusconi che finisce, ne nasce subito un altro. Trattasi dei miracoli della politica
mediatica, che si alimenta di miti virtuali senza soluzione di continuità.E’ la virtualità mediatica che presiede ai destini della politica, e che ha determinato l’imprevisto plebiscito pro – Renzi. Qualche slogan ispirato al rinnovamento, alla rottamazione della vecchia leadership PD, unitamente a qualche manovra demagogica (80 euro) in stile berlusconiano, sono bastati a creare un nuovo leader, che secondo sinistre previsioni potrebbe inaugurare un ventennio renziano dopo quello berlusconiano. Renzi sarebbe dunque interprete dell’ansia di rinnovamento di un popolo italiano sempre più distaccato dalla politica e rassegnato alla decadenza. Il successo di Renzi è dovuto, oltre che all’impatto mediatico della nuova politica basata sul personalismo del leader, alla dimensione dirigista e oligarchica che ha assunto la politica negli ultimi anni. Il rinnovamento non nasce da forze politiche nuove che, forti del consenso popolare si sostituiscono alla vecchia classe dirigente, ma bensì dall’alto, da quegli stessi partiti di governo (vedi PD), già responsabili del disastro economico e sociale scaturito dall’adesione italiana alla UE e all’euro. Un rinnovamento che giunge dall’alto e non dal basso, non può che tradursi in una nuova restaurazione di un vecchio ordine che si perpetua nella sua sostanziale continuità. Renzi infatti ha conquistato il consenso, perché legittimato dalle istituzioni finanziarie europee, sarà l’uomo che dovrà realizzare quelle riforme liberiste imposte dall’Europa: tutto ciò che non hanno fatto Prodi e Berlusconi, dovrà farlo Renzi. Il successo renziano si basa sulla esigenza di sicurezza e stabilità espressa sia dal voto del 25 maggio che dalle oligarchie finanziarie europee, dinanzi ai timori suscitati dall’ondata euroscettica, impersonata in Italia dal dissenso mediaticamente demonizzato del M5S.
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I “cancer villages” in Cina

di Laura Gardin
dal numero gennaio-febbraio 2014 di Italicum
Fabbriche-Cina

Li chiamano “cancer villages”, ovvero villaggi del cancro, e sarebbero, secondo alcune fonti, almeno 459 località sparse in tutte le province della Cina, ad eccezione di quella del Quinghai, estremo ovest del Paese e Tibet. Il termine “sarebbero” è quanto mai appropriato, poiché studi ufficiali non ce ne sono e gli unici dati disponibili sono raccolti da ONG, istituti di ricerca indipendenti e qualche media cinese: il governo, infatti, evita ostinatamente di esprimersi su qualsiasi argomento riguardante i lati negativi del prorompente sviluppo industriale, ovvero l’ipotesi che esista un legame tra inquinamento ed aumento dei casi di cancro.

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MF SULL’AFFARE SBANKITALIA

Palazzo Koch, sede di Bankitalia di Marco Della Luna

Sono un estimatore di MF, pertanto credo che l’articolo che qui intendo stroncare sia stato scritto intenzionalmente in modo grossolanamente ingenuo ed errato, in tono ossequientissimo verso i banchieri beneficiari di questa porcata su Bankitalia. Intenzionalmente, per fare appunto risaltare che si tratta di un arrogante arbitrio ai danni del Paese. Si tratta dell’articoletto a pag. 8 di MF del 22 gennaio, intitolato Inevitabile e giusta la fiducia sulle quote Bankitalia, e siglato “MF”.
Esso loda la decisione del governo di porre la fiducia sulla conversione decreto legge che autorizza la permutazione di capitale netto con cui quasi 7,5 miliardi di riserve della Banca d’Italia vengono passate a capitale sociale, portandolo da 156.000 Euro a 7,5 miliardi di Euro. I titolari del capitale sociale – tutti privati (95%) tranne Inps – ricevono così una moltiplicazione gigantesca delle loro quote senza tirar fuori un centesimo.
Annuncio che su questa operazione e il suo contesto allargato alla c.d. Unione Bancaria Europea e al c.d. Meccanismo di Vigilanza Unificato, come cardini di una strategia antisociale e antinazionale, ho dedicato un saggio critico in uscita presso Arianna col titolo Sbankitalia.
Tesi centrale dell’articoletto, è che non si tratti affatto di un maxiregalo ai banchieri è certo perché lo ha dichiarato il governatore Visco (scelto dai privati partecipanti o soci di Bankitalia, ossia dai beneficiari).
E invece lo è, perché è un incremento oggettivo del valore delle loro quote, a spese delle riserve della BdI (che è un ente pubblico), senza alcun corrispettivo, e senza che vi sia correlazione tra il capitale di rischio investito dai soci o dai loro danti causa (156.000 Euro in tutto) e l’incremento di valore anzidetto; cioè non si può dire che quei 156.000, come investimento nelle attività di BdI, abbiano prodotto utili tali da giustificare una siffatta moltiplicazione di valore, perché BdI ha realizzato i suoi utili senza usare quei ridicoli 156.000 Euro, bensì emettendo denaro e scambiandolo con buoni fruttiferi, che poi in parte vende. Quindi MF non dice la verità: questa operazione è un regalo fatto dal governo Letta coi soldi pubblici a finanzieri e banchieri.
Ma l’articoletto invoca stroncatura soprattutto per un altro aspetto, insieme tecnico e sostanziale, giuridico ed economico, ossia che esso passa sotto silenzio il vero problema, il vero scandalo: nelle società (spa, srl) il capitale sociale è capitale di rischio che i soci investono in una società per dotarla dei mezzi per esercitare le sue attività di impresa, ossia per farle ottenere credito dalle banche e dai fornitori, con cui consentirle di pagare merci, servizi, beni strumentali, collaboratori, etc. Orbene, ovviamente la Banca d’Italia, e in generale le banche centrali di emissione, non hanno alcun bisogno di un capitale sociale, di un capitale di rischio, di credito bancario, di credito di fornitori. Emettendo moneta fiat, non convertibile né coperta da riserve auree, non hanno nemmeno bisogno di conferimenti di oro. Quindi quei soci o partecipanti di Bankitalia (che partecipano solo alla spartizione degli utili e all’uso, spesso discutibilissimo perché in conflitto di interesse, dei poteri di vigilanza, disciplina e macroeconomici della banca centrale) non hanno ragion d’essere. Sono lì solo a fare i loro interessi di parte. Assurda e incostituzionale è dunque questa situazione e l’apologia che l’articoletto ne fa, non certo la legge del 2005, con cui esso se la prende, e che voleva nazionalizzare l’istituto centrale di emissione.

Marco Della Luna

Foto: wikipedia

 

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A che serve l’Europa?

Editoriale di Luigi Tedeschi dal numero settembre ottobre di Italicum Italicum settembre-ottobre-2013

Le crisi sono eventi ricorrenti dovuti all’andamento ciclico dell’economia. Nelle crisi vengono meno i presupposti di una fase di sviluppo in esaurimento e si verificano trasformazioni più o meno rilevanti della struttura produttiva e del mercato che poi generano nuovi equilibri e nuove fasi di sviluppo.
Questa crisi invece, non sembra compatibile con la natura ciclica dei fenomeni economici nel contesto dell’economia di mercato. Infatti essa sembra perdurare e mettere in dubbio i fondamenti stessi del modello economico liberista. I livelli di produzione e consumo raggiunti in occidente nella seconda metà del ‘900 non sembrano più raggiungibili, né possibile la creazione di nuovi sbocchi produttivi con la nascita di nuovi mercati. La globalizzazione ha determinato l’interdipendenza mondiale delle economie. Pertanto, grazie alla dimensione planetaria dei mercati, se l’economia e la finanza sono globali, globali sono anche le crisi. La crisi in Europa (almeno in larga parte dell’eurozona), esula dall’andamento ciclico dell’economia di mercato, perché essa è pervenuta negli anni ad uno stato di stagnazione, recessione economica, di disoccupazione e degrado sociale permanente e progressivo, dovuto alla adesione alla moneta unica e al relativo governo centralizzato della BCE delle economie degli stati aderenti. L’euro infatti, con i parametri relativi al rapporto debito / Pil stabiliti dal trattato di Maastricht, gli accordi sul pareggio di bilancio e il fiscal compact, è divenuto una camicia di forza per le economie degli stati. La crisi del debito ha comportato la devoluzione di gran parte delle risorse al servizio del debito ed una politica di progressivi tagli alla spesa sociale, al fine di sostenere gli equilibri forzosi della finanza pubblica. L’euro ha privato gli stati degli strumenti tradizionali di politica economica, atti la incentivare la crescita, quali la spesa pubblica in deficit, il controllo sul sistema bancario circa la fissazione dei tassi di interesse e l’erogazione del credito, le manovre sui tassi di cambio, misure di redistribuzione del reddito.

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Cercasi opposizione disperatamente

Editoriale di Luigi Tedeschi , dal numero maggio-giugno di Italicum

Tra le principali cause del declino italiano viene spesso annoverata dai media la perdurante instabilità politica, che rende difficili le riforme e genera sfiducia nei marcati, il cui giudizio, costituirebbe il parametro oggettivo della validità o meno, di una classe politica di un paese. Ma le cause della crisi italiana vanno ricercate altrove.

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Morire per Maastricht, con Enrico Letta e l’Eurogendfor

Obbedienza a Maastricht fino alla morte: parola di Enrico Letta

Articolo di Marco Della Luna su Italicum marzo-aprile 2013

Rieleggere Napolitano al Colle e puntare decisi a legittimare con una riforma costituzionale il presidenzialismo di fatto, svuotando di poteri e dignità il parlamento in favore della Commissione Europea, della BCE e del Quirinale, serve appunto a questo. E’ stata subito confermata la linea (pseudo)neoliberista e fiscalista, gli uomini del Bilderberg, del FMI e dell’UE sono i primi a congratularsi._

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