L’impero di Cindia

di Stefano Boninsegni
software-engineer-indiano
Nella new economy, intesa come economia della conoscenza (Thurow), l’azienda si snellisce fino al punto di contenere esclusivamente le funzioni di ricerca, ideazione, progettazione, design. Per i mezzi di produzione vale il principio dell’outsorcing,ovvero la delocalizzazione dove il costo del lavoro è irrisorio.
Le multinazionali che sfornano prodotti tradizionali (abbigliamento, autovetture, giocattoli ecc.) si sono indirizzate in particolare verso la Cina, mentre i giganti dell’informatica hanno prescelto l’India, dove è presente una vasta manodopera qualificata nelle nuove tecnologie della comunicazione.
Oggi la Cina ha la più grande industria manifatturiera, mente l’India primeggia nel software e si è assicurata il business delle consulenze on line.
rampini - impero di cindia
Tuttavia, argomenta Rampini in questa sua penultima opera, vi sono già segnali di uno spostamento in Asia delle stesse componenti intellettuali della produzione, favorita anche dall’assenza di vincoli religiosi alla ricerca scientifica nel campo delle bio-tecnologie ( foriera di potenziali affari colossali ). Cindia dunque non significa solo Cina più India, ma il futuro centro del mondo, ovvero del capitalismo globale. E’ questa l’ipotesi centrale di un lungo e informatissimo reportage giornalistico, che non è soltanto una meticolosa ricostruzione del boom asiatico.
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L’Italia nel pallone

Il numero maggio-giugno 2014, scaricabile dalla pagina dei dowloads
Italicum maggio-giugno 2014
Focus: l’Italia nel pallone
Luigi Tedeschi: L’Italia nell’Europa della subalternità 2
Eugenio Orso: Il primo dei nostri problemi è il pd 5
Marco Della Luna: Il Paese sceglie la dittatura 7
Stefano De Rosa: Le ali tarpate del dissenso 9

Esteri
Gian Luigi Cecchini: Iraq 2014: quali conseguenze sul Medio Oriente? 11
Valentina Rossetti de Scander: Cui prodest il successo degli Jihadisti in Iraq? 13
Roberta Dassie: Cosa succede in Iraq? 14
Mario Porrini: A Gaza inferno quotidiano 15
Augusto Sinagra: Diritti umani e sovranità dello Stato 17
Claudia Regina Carchidi: La ferita aperta del Venezuela 18

Cultura
Costanzo Preve: Il modo di produzione comunitario – Parte prima 21
Adriano Segatori: Nè eroi, nè esploratori, nè santi: solo orfani 26
Luca Leonello Rimbotti: Julius Evola e lo storicismo 27
Laura Gardin: Verso un nuovo medioevo? 30
Stefano Boninsegni: Droghe e controcultura, ieri e oggi 32

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Droghe e controcultura, ieri e oggi

di Stefano Boninsegni
Lou Reed
E’ significativo che un numero crescente di persone, prive di qualunque credo religioso, guarda con maggiore attenzione rispetto ad un recente passato alle posizioni ed alle analisi della Chiesa cattolica, probabilmente cogliendo in essa l’ultima autorità credibile nel dare una risposta di senso al vuoto che ci avvolge.
Con una classe politica preoccupata nel procurarsi essenzialmente le proprie condizioni di sussistenza, la Chiesa di Roma ha evidenziato lo stato di eccezionale gravità, sociale, morale, spirituale, in cui versa il continente europeo.
Sintomo palese, come messo in risalto più volte da Papa Francesco, è l’estendersi del consumo di sostanze stupefacenti, anche a figure sociali fino adesso estranee a problematiche del genere.
Tuttavia, come raccomandano gli operatori del settore, quando si entra a trattare di tale materia occorre tener conto dei cambiamenti avvenuti con il trascorrere del tempo. Gli stereotipi del “ tossico” elaborati nel corso degli anni 80 non troverebbero più riscontro nella realtà odierna. Il dato centrale è il prevalere del consumo di cocaina su quello di eroina. Ciò costituirebbe il passaggio da una mentalità di “stare out” a favore di quella di “stare in”. Ovvero, in altri termini, la cocaina, che produce la fatidica illusione della ottimizzazione delle proprie prestazioni, risulterebbe più confacente nella società del successo ad ogni costo. Il che, per inciso, non ci spiega l’uso diffusissimo della cannabis, sostanza out per eccellenza.
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The Day After

Il numero di ITALICUM aprile-maggio 2014,
che puoi scaricare come file PDF dalla pagina dei downloads

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Editoriali
Eugenio Orso: The day after, ossia l’Italia senza speranza 2
Mario Porrini: Occasione mancata 3

Focus: The day after
Luigi Tedeschi: Renzi, l’uomo della conservazione impossibile 5
Intervista a Marco Della Luna autore del libro “Sbankitalia” 7
Stefano De Rosa: Le ragioni del populismo 10
Augusto Sinagra: Nel nuovo parlamento europeo cambierà qualcosa? 11
Alain de Benoist: Europa mercato o Europa politica 13

Esteri
Eduardo Zarelli: Ucraina: l’occidente contro l’Europa 17

Cultura
Costanzo Preve: Orizzonti di resistenza all’americanismo 22
Adriano Segatori: Trasgressori senza dignità 27
Luca L. Rimbotti: La ricostruzione del sistema: capolavoro del sessantotto 29

Attualità
Carlo Bertani: Piccola storia ignobile 31
Roberta Dassie: Ufo e Alieni: il fenomeno è reale? 33

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Renzi, l’uomo della conservazione impossibile

di Luigi Tedeschi

Per un Berlusconi che finisce, ne nasce subito un altro. Trattasi dei miracoli della politica
mediatica, che si alimenta di miti virtuali senza soluzione di continuità.E’ la virtualità mediatica che presiede ai destini della politica, e che ha determinato l’imprevisto plebiscito pro – Renzi. Qualche slogan ispirato al rinnovamento, alla rottamazione della vecchia leadership PD, unitamente a qualche manovra demagogica (80 euro) in stile berlusconiano, sono bastati a creare un nuovo leader, che secondo sinistre previsioni potrebbe inaugurare un ventennio renziano dopo quello berlusconiano. Renzi sarebbe dunque interprete dell’ansia di rinnovamento di un popolo italiano sempre più distaccato dalla politica e rassegnato alla decadenza. Il successo di Renzi è dovuto, oltre che all’impatto mediatico della nuova politica basata sul personalismo del leader, alla dimensione dirigista e oligarchica che ha assunto la politica negli ultimi anni. Il rinnovamento non nasce da forze politiche nuove che, forti del consenso popolare si sostituiscono alla vecchia classe dirigente, ma bensì dall’alto, da quegli stessi partiti di governo (vedi PD), già responsabili del disastro economico e sociale scaturito dall’adesione italiana alla UE e all’euro. Un rinnovamento che giunge dall’alto e non dal basso, non può che tradursi in una nuova restaurazione di un vecchio ordine che si perpetua nella sua sostanziale continuità. Renzi infatti ha conquistato il consenso, perché legittimato dalle istituzioni finanziarie europee, sarà l’uomo che dovrà realizzare quelle riforme liberiste imposte dall’Europa: tutto ciò che non hanno fatto Prodi e Berlusconi, dovrà farlo Renzi. Il successo renziano si basa sulla esigenza di sicurezza e stabilità espressa sia dal voto del 25 maggio che dalle oligarchie finanziarie europee, dinanzi ai timori suscitati dall’ondata euroscettica, impersonata in Italia dal dissenso mediaticamente demonizzato del M5S.
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The day after, ossia l’Italia senza speranza

di Eugenio Orso
renzi
Ciò che è accaduto domenica, in occasione delle elezioni per il parlamento europeo, è troppo poco definire sconcertante. Scioccante potrebbe andare un po’ meglio, ma è ancora insufficiente.
Verrebbe da dire che gli italiani non hanno memoria e neppure spina dorsale, che non solo non imparano dai propri errori, ma ne commettono sempre di peggiori. Il voto a valanga al pd di Renzi, euroservo e filo-atlantista – impegnato a ridurre l’Italia a un cumulo di macerie sociali e produttive per conto delle aristocrazie del denaro e della finanza – lo testimonia nel peggior modo possibile. Potremmo forse parlare di “Sindrome di Stoccolma”, visto che il consenso è stato amorevolmente concesso ai carcerieri e kapò piddini, che si celano dietro l’immagine promozionale di Renzi.
Mentre nel resto d’Europa si moltiplicano i segnali di ribellione all’unionismo elitista e alle politiche antisociali, in Italia accade esattamente il contrario e la sinistra neoliberista, atlantista ed europeista, incarnata perfettamente dal pd, raggiunge il massimo storico dei consensi.
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CONTRO L’EUROPA

di Mario Porrini
NO EUROPA
Si torna alle urne per le elezioni politiche europee e mai come questa volta il voto avrà una grandissima importanza. La situazione economica è drammatica e, malgrado le assicurazioni di politici ed economisti, non sembra assolutamente alle viste una sia pur timida ripresa. La cura, imposta da Bruxelles e dalla Banca Centrale Europea ai paesi più deboli, per ridurre l’indebitamento statale, richiama alla mente il detto di Keynes : “l’intervento è riuscito ma il paziente è morto”. Non a tutti è chiaro che, per rientrare nei parametri di Maastricht, il cosiddetto “Fiscal Compact” prevede tagli di spesa per 50 miliardi all’anno, per i prossimi venti anni. Alla luce di ciò, non sembra che ci possano essere i presupposti perché l’economia possa ripartire come tutti ci auguriamo. Gli italiani, i greci, i portoghesi si trovano nella condizione di dover sottostare ai voleri di un gruppo di banchieri e burocrati che dettano le direttive ai governi nazionali, senza curarsi delle esigenze e delle conseguenze sociali. In Italia, gli ultimi tre presidenti del consiglio – Monti, Letta e Renzi – sono entrati a Palazzo Chigi senza aver avuto l’investitura popolare ma semplicemente grazie alla nomina – su pressione di misteriose lobbies finanziarie internazionali – di un personaggio, il Presidente della Repubblica Napolitano, che, a sua volta, non è stato eletto dal popolo ma da un gruppo di parlamentari. Alla faccia della tanto decantata democrazia!
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Sbankitalia: come i partiti derubano gli italiani dietro la facciata dell’integrazione europea

Marco della Luna: Sbankita, ed. Arianna Editricel
Luigi Tedeschi intervista Marco della Luna, autore del libro

1. D.: Gli accordi Ecofin di fine dicembre 2013, che prevedono la devoluzione delle funzioni di vigilanza bancaria alla BCE, il cui intento ufficiale sarebbe quello di rafforzare la capitalizzazione del sistema finanziario, al fine di scongiurare i rischi di default emersi all’indomani della crisi del 2008, in realtà rappresentano un ulteriore rafforzamento del sistema bancario centrale europeo, a danno degli stati e delle banche più deboli. Tra l’altro, verranno sottoposti a stress test i titoli del debito pubblico degli stati. In realtà il coefficiente di rischio del debito pubblico è quasi nullo. I titoli pubblici vengono acquistati e restituiti dalle banche alla scadenza allo stesso valore. Variazioni possono verificarsi solo se i titoli vengano alienati prima della scadenza, ai valori di mercato. Tali stress test di per sé aumentano artificialmente il coefficiente di rischio e quindi tale procedura, potrebbe distogliere gli investitori dall’acquisto dei titoli pubblici dell’area euro, con relativo aggravio degli interessi sul debito degli stati. Le nuove procedure di vigilanza sono particolarmente perniciose per gli stati più deboli, che, con gli evidenti segnali di deflazione manifestatisi recentemente, vedono aggravarsi la loro situazione debitoria, indipendentemente dai ribassi dello spread. Nell’ambito bancario invece, vengono penalizzate specialmente le banche locali (popolari, cooperative ecc.), che esercitano il credito a breve, in quanto sottocapitalizzate ai sensi dei principi di verifica degli stress test. Vengono quindi penalizzati gli istituti che esercitano il credito verso la piccola e media impresa e i privati, in quanto dette banche incontreranno maggiori difficoltà nell’erogare il credito, dovendo effettuare gravosi accantonamenti a fronte delle concessioni dei prestiti. Non è questo accordo una ulteriore fase del processo di dissolvimento della economia reale a favore della economia finanziaria?
R.: Certamente. La fase precedente era una fase di capitalismo finanziario, in cui il settore produttivo dell’economia era dominato dalla finanza e dalla sua logica budgetista, con tagli a investimenti, innovazione, impiantistica, formazione, e puntava alla massimizzazione della rendita del capitale. Ora, come spiega Nino Galloni, siamo entrati in una nuova fase, quella del capitalismo ultrafinanziario, in cui la finanza si interessa solo di sé, di congegnare, moltiplicare e collocare titoli prescindenti da qualsivoglia sottostante reale, e di riconfezionarli spacciandoli con nuove forme derivate quando entrano in crisi, e ultimamente di far intervenire, con enormi creazioni di denaro fresco, la banca centrale di emissione per assorbirli quando proprio divengono improponibili (cash for trash, q.e., ltro) e quando bisogna rifinanziare le banche destabilizzate dagli azzardi di chi le maneggia. Tutto questo senza curarsi del finanziamento dell’economia reale e di salvaguardare l’occupazione e il pil.

Marco Della Luna: Cimiteur

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Speciale Ucraina 2014

Dedichiamo un numero speciale di Italicum alla complessa e difficile situazione in Ucraina.
Ucraina Italicum numero speciale
Lo speciale può essere scaricato, in formato PDF, dalla pagina dei downloads.

NELLO SPECIALE:
Luigi Tedeschi: Europa euroasiatica o americana? 2
Gianluigi Cecchini: Argomenti sulla legittimità dell’intervento russo in Crimea: profili geostrategici e giuridici 4
Eugenio Orso: Ucraina ed elezioni europee 11
Valentina Rossetti de Scander: Per un raffronto fra la Guerra d’Oriente del XIX secolo e l’attuale azione russa in Crimea 12
Marco Antollovich, Luca Susic: La nuova Ucraina e gli interessi dell’Orso Russo 15
Carlo Bertani: Der neue Lebensraum 18
Marco Antollovich: La crisi in Crimea: Perchè l’Occidente teme il diritto di autodeterminazione? 22
Ezio Benedetti: La questione caucasica all’origine della crisi ucraina 24

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Venezuela: il paese che ha sfidato la globalizzazione

di Luigi Tedeschi
Nicolas Maduro - foto Agencia Brasil
In Venezuela la crisi economica si aggrava, ma, al di là delle carenze delle riforme messe in atto da Chavez, la crisi è soprattutto politica. Essa riguarda il sistema politico – sociale imposto da Chavez ed ereditato dal suo successore Maduro. Ad un anno dalla morte di Chavez, il Venezuela è un paese dilaniato da scontri tra fazioni governative e di opposizione, che hanno causato decine di morti. L’illegalità è incontrollabile, si contano circa 25.000 omicidi all’anno, in larga parte impuniti, la produzione è allo stremo, si registrano ovunque carenze di beni di prima necessità, l’inflazione è alle stelle.
Il Venezuela è un paese la cui economia è in larga parte dipendente dalle esportazioni di petrolio e tutta la sua storia politica recente, dominata dal governo del partito di Chavez, ha evidenziato una divisione insanabile tra due schieramenti opposti quantitativamente quasi equivalenti pro e contro Chavez. Maduro ha ereditato una situazione già compromessa in termini di conflittualità sociale, violenza incontrollata, crisi economica dilagante. Gli oppositori rimproverano al chavismo una politica di stampo socialista che ha imposto prezzi politici ai prodotti alimentari, che hanno determinato il fermo della produzione. Ma è altresì attivo un fiorente mercato nero ai confini con la Colombia di carburanti e derrate alimentari, generi che sono oggetto di accaparramento da parte di imprenditori e funzionari corrotti. Il Venezuela è quindi costretto ad una importazione massiccia di prodotti alimentari, che assorbe larga parte delle rendite petrolifere. Il carburante è venduto in Venezuela a prezzi irrisori e il contrabbando produce profitti anche del 1000%. L’inflazione galoppante, intorno al 50% annuo, è causa ed effetto della fuga dei capitali ricavati dai proventi petroliferi verso l’area delle valute forti operata da manager della grande industria.
Scontri e manifestazioni violente si susseguono con cadenza giornaliera e l’informazione propagata dai media internazionali non è un modello di obiettività. Sui social network vengono proposte ossessivamente immagini della violenza praticata dalla polizia e da squadre chaviste. Una informazione a senso unico, che denuncia, secondo la vulgata ideologica occidentale, le violazioni dei diritti umani, tacendo sulla organizzazione dei movimenti di opposizione e sulla tecnica di destabilizzazione messa in atto dall’esterno del paese. Una situazione di destabilizzazione interna realizzata secondo una strategia identica già praticata in Ucraina, Serbia, Libia, Egitto, Siria, Turchia.
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