L’impero di Cindia

di Stefano Boninsegni
software-engineer-indiano
Nella new economy, intesa come economia della conoscenza (Thurow), l’azienda si snellisce fino al punto di contenere esclusivamente le funzioni di ricerca, ideazione, progettazione, design. Per i mezzi di produzione vale il principio dell’outsorcing,ovvero la delocalizzazione dove il costo del lavoro è irrisorio.
Le multinazionali che sfornano prodotti tradizionali (abbigliamento, autovetture, giocattoli ecc.) si sono indirizzate in particolare verso la Cina, mentre i giganti dell’informatica hanno prescelto l’India, dove è presente una vasta manodopera qualificata nelle nuove tecnologie della comunicazione.
Oggi la Cina ha la più grande industria manifatturiera, mente l’India primeggia nel software e si è assicurata il business delle consulenze on line.
rampini - impero di cindia
Tuttavia, argomenta Rampini in questa sua penultima opera, vi sono già segnali di uno spostamento in Asia delle stesse componenti intellettuali della produzione, favorita anche dall’assenza di vincoli religiosi alla ricerca scientifica nel campo delle bio-tecnologie ( foriera di potenziali affari colossali ). Cindia dunque non significa solo Cina più India, ma il futuro centro del mondo, ovvero del capitalismo globale. E’ questa l’ipotesi centrale di un lungo e informatissimo reportage giornalistico, che non è soltanto una meticolosa ricostruzione del boom asiatico.

Rampini si intrattiene su aspetti fondamentali della cultura indiana e cinese, sugli effetti dello sviluppo e della globalizzazione in Oriente, sui crimini delle multinazionali, nonché su quale dovrebbe essere l’atteggiamento italiano per superare la crisi del made in Italy,ecc.
Federico Rampini, inviato speciale di Repubblica, è un noto apologeta “da sinistra” della new economy e della globalizzazione. E sicuramente anche in questo testo non nasconde il proprio plauso al clamoroso sviluppo di Cindia. Tuttavia i toni sono decisamente più sobri che in altre occasioni. Abitando a Pechino si assiste all’abbattimento di quei quartieri caratteristici che sono stati la culla della saggezza popolare cinese, per costruire orrendi complessi edilizi e grattacieli L’autore si commuove anche per la progressiva scomparsa della cultura del tè, sostituito dal caffè, che dà una “botta” più funzionale ad una società del super-lavoro.
Il testo si apre con la parte dedicata all’India. Il disadorno aeroporto di New Delhi,sostiene giustamente l’autore, è un significativo biglietto di ingresso in India :il taxi che faticosamente riuscirete a prendere, paga regolarmente il pizzo al racket. Inoltre, aggiungiamo dalla nostra, se indicate al conducente un hotel, vi risponderà che è chiuso per restauri, con il fine naturalmente di portarvi là dove riscuote una percentuale. Se comprende che conoscete il detestabile trucchetto, vi porterà a destinazione chiedendovi una tariffa assurda.
Questo clima di corruzione e speculazione diffuso, afferma Rampini, costituisce un serio pericolo per una nazione che avrebbe una vocazione naturale al capitalismo ; mentre infatti le religioni monoteiste demonizzerebbero la ricchezza,continua l’autore a corto di letture weberiane, la religione degli indù pone addirittura nel proprio pantheon la dea della ricchezza,Lakshmi ( propriamente essa è la dea della fortuna, ma che oggi viene effettivamente venerata in questo senso )
La via indiana allo sviluppo, argomenta, poggia sul proprio tasso demografico. I governi indiani hanno da tempo avviato un vasto intervento di istruzione e formazione scientifica e tecnica, privilegiando le nuove tecnologie. Il sistema scolastico indiano è altamente selettivo, ma considerando la demografia dell’India, sforna un numero altissimo di talenti : ingegneri, biologi, e soprattutto “geni della Rete”. Rampini rimane fra l’altro legittimamente suggestionato nel vedere mucche che stazionano intorno e gironzolano intorno agli edifici dove essi operano. Tuttavia, ci sembra anche l’opinione dell’autore, vedere in ciò una semplice convivenza fra due mondi che si ignorano, sarebbe deviante Mentre le loro colleghe cinesi vestono Armani, le donne manager indiane indossano eleganti sari, un simbolo forte di appartenenza ad una tradizione.
Nel contempo, afferma Rampini, l’India è la più grande democrazia del mondo, portando a votare, nonostante difficoltà logistiche, il 60%100 dell’elettorato, composto da uomini e donne di etnie, culture, lingue e religioni diverse. E non si tratta affatto di un voto passivo : l’opinione pubblica indiana segue costantemente e criticamente l’operato della classe politica.
Tuttavia, definire la nazione indiana come democratica, ci sembra improponibile. L’organizzazione sociale poggia infatti sul sistema delle caste, fondato a sua volta sul principio metafisico della disuguaglianza umana. Si pensi che nel Kerala, ricorda Rampini, stato amministrato dai comunisti, il sistema della caste è particolarmente rigido.
Ciò non toglie che l’india non sia un paese libero, tenendo conto che in India vi è una percezione parzialmente diversa della libertà rispetto all’Occidente, a cominciare da una maggiore e costante attenzione alla libertà interiore, anche in virtù dell’influenza buddista, induista e giainista
E’ significativo che, se un uomo occidentale riesce a calarsi, per quel che è possibile, nella realtà e mentalità indiane, sperimenterà gradualmente un senso indecifrabile di libertà, anche forse per la presenza continua di Baba e Sadhu ( che impressionarono gli hippies ), ovvero uomini senza dimora, che hanno sciolto ogni legame con la società e i suoi doveri. Sospetti all’ortodossia indù, queste figure costituirebbero invece, secondo l’opinione di un interprete magistrale dell’India come Louis Dumont, ( La civiltà indiana e noi ) una parte integrante e viva dell’induismo contemporaneo. In più, in un’era dove il denaro regna su tutto, essere in un posto al mondo dove i figli di un ricco capitalista non possono contrarre matrimoni con quelli del più povero dei bramini,ci fa paradossalmente tirare un sospiro di sollievo.
Veniamo adesso alla Cina. Se si isolano molte pagine di Rampini dal contesto del ragionamento, si potrebbe affermare che il popolo cinese è vittima di un complotto ordito da multinazionali, capitalisti locali e politici senza scrupoli. L’autore descrive con grande efficacia la abominevoli condizioni del proletariato cinese, che rimandano del resto a quella che fu la nostra rivoluzione industriale, con tanto di sfruttamento del lavoro minorile. Yaoo, detto per inciso,ma tanto per capire il clima, passa alla censura cinese le e-mail che contengono termini e questioni vietate ( Taiwan, Tibet, ecc. )
Sotto la pressione di movimenti per i diritti e dell’opinione pubblica mondiale, le multinazionali si sono date un codice di comportamento, che prevede ispezioni sui luoghi di lavoro per verificare se i “diritti” dei lavoratori vengano rispettati. Naturalmente esse sono preannunciate, in modo tale che i dirigenti della fabbrica possano “istruire” ( in pratica costringere ) gli operai sulle risposte da dare agli ispettori stranieri.
Esiste poi un capitalismo tutto cinese, che ha come riferimento di mercato una middle class in espansione, dove lo sfruttamento raggiunge punte infernali.
E tuttavia, spiega Rampini, in città, lavorando in fabbrica, “si vive”, e si può accedere ai primi consumi ( un automobile ). Diversa è la situazione nella immensa campagna cinese, afflitta da un’atavica miseria, oltre che da sindaci corrotti che vessano i contadini nelle forme più svariate. Quando scoppiano rivolte, vengono represse nel sangue dalla polizia. Va detto tuttavia che talvolta avvengono esemplari fucilazioni di capi della polizia, il che non è senza significato.
Recentemente, il premier Hui Tao ha affermato che i tempi sono maturi per un intervento straordinario a favore delle campagne cinesi, nonché per la riduzione delle differenze economiche fra classi sociali.
Siamo dell’idea, che per capire la situazione odierna della Cina, occorre risalire alla sfida lanciata a suo tempo da Deng : introdurre il capitalismo come strumento per fuoriuscire dalla miseria, senza per questo trasformare la Cina in una società individualista e occidentalizzata. ( in Cina tuttora si può essere arrestati con la classica formula di “ attività contrarie agli interessi della Cina e del socialismo ). E’ questo, fra l’altro, uno dei motivi per cui i comunisti cinesi non hanno sentito il bisogno di cambiare nome al partito. Oggi alle accuse rituali e ipocrite di violare i diritti civili e politici da parte dell’Occidente, la dirigenza cinese risponde con fermezza che la tradizione orientale contempla l’ideale di una società “armonica” e non individualista. In pratica, secondo Rampini, semplicemente autoritaria
In realtà, spiega, la classe politica dirigente è ossessionata dal diffondersi graduale dell’individualismo. Non potendo più servirsi del bagaglio ideologico marxista-leninista come cimento di coesione sociale, si ricorre, oltre che al nazionalismo, ad un paternalismo di stampo “confuciano”
Si assiste oggi in Cina una ad una sorta di “ritorno a Confucio”, promosso dall’alto, con l’apertura di istituti dediti allo studio delle arti e del pensiero confuciani.
Si guarda anche all’opera di Lee Kuan Yeu, padre padrone di Singapore,fortemente critica nei confronti dell’iper-individualismo occidentale ma non del capitalismo.
Ma i risultati non possono che essere deludenti ; soprattutto in città le nuove generazioni navigano in un vuoto di valori e riferimenti, che lascia spazio solo ad una frenesia di arricchirsi e consumare.

In conclusione, sostiene Rampini, India e Cina possono competere ma anche aggregarsi. La Cina è al momento in vantaggio, ma alla lunga il clima di libertà diffuso dell’India può dimostrarsi come un fattore imprescindibile per lo sviluppo.
Se prevale il modello cinese, afferma, avremo in Asia un proliferare di mostri capitalistici, mentre se prevale il modello indiano lo sviluppo avverrà in un contesto democratico.
India e Cina, teorizza Rampini, sono due paesi complementari : la Cina ha compiuto un grande balzo nella produzione industriale in assenza di democrazia ( Rampini loda comunque il presunto dirigismo dello Stato cinese, il che è curioso per un liberale ) mentre l’India ha puntato con successo sulle nuove tecnologie in un clima di libertà. Se si aggregassero, emendandosi a vicenda, nascerebbe un gigante economico con istituzioni democratiche,ovvero Cindia, capace di sostituire gli Stati Uniti nel dominio del mondo.
Al momento, americani e cinesi hanno in realtà bisogno l’uno dell’altro. Ricordiamo che il debito americano è finanziato dalla Cina, che a sua volta guarda agli Stati Uniti come a un grande mercato.
Stefano Boninsegni

Annunci

, , , , ,

  1. Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: