Venezuela: il paese che ha sfidato la globalizzazione

di Luigi Tedeschi
Nicolas Maduro - foto Agencia Brasil
In Venezuela la crisi economica si aggrava, ma, al di là delle carenze delle riforme messe in atto da Chavez, la crisi è soprattutto politica. Essa riguarda il sistema politico – sociale imposto da Chavez ed ereditato dal suo successore Maduro. Ad un anno dalla morte di Chavez, il Venezuela è un paese dilaniato da scontri tra fazioni governative e di opposizione, che hanno causato decine di morti. L’illegalità è incontrollabile, si contano circa 25.000 omicidi all’anno, in larga parte impuniti, la produzione è allo stremo, si registrano ovunque carenze di beni di prima necessità, l’inflazione è alle stelle.
Il Venezuela è un paese la cui economia è in larga parte dipendente dalle esportazioni di petrolio e tutta la sua storia politica recente, dominata dal governo del partito di Chavez, ha evidenziato una divisione insanabile tra due schieramenti opposti quantitativamente quasi equivalenti pro e contro Chavez. Maduro ha ereditato una situazione già compromessa in termini di conflittualità sociale, violenza incontrollata, crisi economica dilagante. Gli oppositori rimproverano al chavismo una politica di stampo socialista che ha imposto prezzi politici ai prodotti alimentari, che hanno determinato il fermo della produzione. Ma è altresì attivo un fiorente mercato nero ai confini con la Colombia di carburanti e derrate alimentari, generi che sono oggetto di accaparramento da parte di imprenditori e funzionari corrotti. Il Venezuela è quindi costretto ad una importazione massiccia di prodotti alimentari, che assorbe larga parte delle rendite petrolifere. Il carburante è venduto in Venezuela a prezzi irrisori e il contrabbando produce profitti anche del 1000%. L’inflazione galoppante, intorno al 50% annuo, è causa ed effetto della fuga dei capitali ricavati dai proventi petroliferi verso l’area delle valute forti operata da manager della grande industria.
Scontri e manifestazioni violente si susseguono con cadenza giornaliera e l’informazione propagata dai media internazionali non è un modello di obiettività. Sui social network vengono proposte ossessivamente immagini della violenza praticata dalla polizia e da squadre chaviste. Una informazione a senso unico, che denuncia, secondo la vulgata ideologica occidentale, le violazioni dei diritti umani, tacendo sulla organizzazione dei movimenti di opposizione e sulla tecnica di destabilizzazione messa in atto dall’esterno del paese. Una situazione di destabilizzazione interna realizzata secondo una strategia identica già praticata in Ucraina, Serbia, Libia, Egitto, Siria, Turchia.

La realtà del Venezuela è ben diversa. Chavez ha affermato l’indipendenza e la sovranità di un paese dominato, dagli USA quasi ininterrottamente dalla sua indipendenza, sia dal punto di vista politico che economico. Chavez ha promosso riforme sociali che hanno restituito dignità ad una popolazione in gran parte afflitta da miseria endemica e sottosviluppo, pur vivendo in un paese che è tra i maggiori esportatori di petrolio del mondo.
I ribelli vogliono sovvertire il governo sobillando la piazza e, dinanzi alla repressione governativa, invocano a gran voce sui canali telematici l’intervento dall’esterno in loro sostegno. Come non scorgere in tali eventi la trama di una strategia golpista organizzata nell’occidente americano, volta alla appropriazione delle risorse dei paesi che non si sono assoggettati al dominio geopolitico americano? Il Venezuela ha per gli USA una importanza geopolitica assai rilevante. Il Venezuela dispone infatti di risorse petrolifere stimate dall’Opec in 296,5 miliardi di barili. Non a caso a favore della rivolta venezuelana si è mobilitato il mondo delle star internazionali, tra cui Madonna e Ricky Martin, personaggi di sicuro impatto mediatico globale.
Non si tiene in debito conto tuttavia che negli strati più diseredati della popolazione venezuelana, nelle masse che vivono nelle favelas delle grandi città e nelle zone rurali, la protesta non si è diffusa. Il popolo è rimasto fedele al chavismo, ha ottenuto benefici dalla politica sociale di Chavez, ha riconquistato una dignità nazionale. L’opposizione è invece radicata nella borghesia e il suo maggiore esponente è Leopoldo Lopez, leader filo-statunitense, laureato ad Harvard.
La divaricazione politica verticale della popolazione venezuelana è insanabile ed ha una connotazione sociale classista. La borghesia è schierata con l’occidente americano ed invoca il ritorno delle multinazionali, il popolo è dalla parte del socialismo chavista. Tale contrapposizione è decisiva per la stessa sovranità ed indipendenza del paese. La borghesia in Venezuela, così come in tutto l’occidente, sostiene la società liberaldemocratica del modello anglosassone, sulla base di una falsa rappresentazione ideologica della realtà politica attuale. Infatti la borghesia identifica erroneamente i propri interessi con quelli del capitalismo finanziario globalista dominante. Come affermò più volte Costanzo Preve, il capitalismo globale non si identifica più con la borghesia, non ha alcuna classe sociale di riferimento. La società del capitalismo globalizzato è post borghese, post proletaria, e post classista. Con il capitalismo finanziario si è affermata una global class oligarchica, il cui dominio incontrastato nella economia assorbe e dirige la politica, determinando la scomparsa della classe media e generando una società stratificata che comporta il progressivo impoverimento e la proletarizzazione della stessa classe borghese.
Le analisi critiche dei media occidentali sono ispirate ai vecchi luoghi comuni dell’ideologismo liberale. Si imputa a Chavez di aver riproposto un modello socialista che non tiene conto delle leggi del mercato, di essersi inspirato al populismo, alla demagogia, al comunismo castrista. Gli economisti occidentali omettono però di confrontare il preteso fallimento del socialismo di Chavez con il loro modello liberista globalizzato. L’odierno capitalismo ha natura finanziaria, presuppone il primato dei mercati finanziari sulla produzione, esso produce infatti solo capitali speculativi, non beni e servizi. Se il sistema venezuelano ha provocato una inflazione del 50%, emettendo cioè moneta in quantità incontrollata per far fronte al deficit statale, le politiche deflattive praticate in Europa dalla BCE e nel mondo dal FMI, hanno condotto ovunque alla spirale della crisi del debito insanabile, alla recessione, alla avanzante deflazione europea, che porterà ulteriore impoverimento generalizzato di tanti popoli. La crisi economico finanziaria del 2008 è lungi dall’essere superata: in quanto a provocare catastrofi economiche e sociali il capitalismo è di gran lunga superiore al preteso comunismo di Chavez. Anzi, il capitalismo non valuta minimamente i costi sociali delle crisi da esso stesso provocate.
Soprattutto, per una valutazione obiettiva del fenomeno chavista, non si tiene in debito conto che il regime di Chavez ha potuto affermarsi impegnando tutte le sue risorse nella sua stessa sopravvivenza, che si identifica con l’indipendenza nazionale, contro l’imperialismo americano che oggi vuole riproporsi nelle vesti di liberatore / colonizzatore. Il parallelismo con la situazione ucraina è evidente. Quindi, non si può oggi valutare politicamente il modello di Chavez, se non si considera che la stessa crisi economica del paese è scaturita da una situazione internazionale di continue tensioni, che hanno minacciato l’indipendenza e le risorse del Venezuela (che tra l’altro ha subito anche embarghi economici), per più di un decennio e che hanno costretto Chavez a governare in uno stato di emergenza permanente. Maduro ha ereditato una situazione compromessa e oggi, dinanzi al tentativo di destabilizzazione del suo paese, viene accusato di essere un dittatore, di compiere atti di repressione in aperta violazione dei diritti umani e pertanto viene legittimato, come in Ucraina, il rovesciamento del suo governo mediante l’azione violenta della piazza. Maduro è un leader legittimo, in quanto eletto mediante elezioni democratiche, così come lo fu Chavez, a sua volta definito dittatore comunista. Contro Chavez fu ordito anche un colpo di stato nel 2002 poi represso. Chavez fu inoltre uno strano dittatore: promosse un referendum per modificare la costituzione da cui uscì sconfitto e si attenne al verdetto popolare.
Quella del Venezuela è stata una rivoluzione che si può qualificare come anti coloniale. Chavez ha istaurato uno modello politico sociale che si è diffuso poi a macchia d’olio in tutto il Sudamerica, che oggi corre seri pericoli di destabilizzazione, a causa del revival imperialista americano diretto contro i paesi emergenti, contro cioè le sovranità degli stati, che si sono dimostrati, con la loro resistenza, refrattari al sistema capitalista dell’impero globale americano.
Luigi Tedeschi

Foto: Agencia Brasil

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