Gli USA alla conquista del sistema bancario italiano

di Luigi Tedeschi
“Give me control of a nation’s money and I care not who makes it’s laws.”
—Mayer Amschel Bauer Rothschild

Wall Street
Dall’inizio del 2013 i fondi di investimento americani hanno acquisito partecipazioni nella borsa italiana per 82 miliardi di euro. Il valore delle partecipazioni americane è cresciuto dal 2013 di 30 miliardi. I fondi americani hanno acquistato soprattutto titoli bancari ed il valore delle partecipazioni da essi detenute è oggi pari a circa il 22% dell’intero settore bancario italiano. Sulla scia dell’interesse dimostrato dai fondi americani per i titoli bancari italiani si è verificato nella scorsa settimana l’aumento record delle quotazioni di MPS di quasi il 20%. Il fondo Blackrock, che è attualmente il maggiore investitore estero nella borsa italiana, possiede una partecipazione al capitale di Banca Intesa del 5% e potrebbe presto entrare con quote consistenti nello stesso MPS. Secondo recenti stime, il 20% dei titoli quotati in Piazza Affari è in mano americana. Tale situazione pone serie ipoteche circa le prospettive future del sistema creditizio italiano.

Questo afflusso vorticoso di capitali americani in Europa, specialmente nell’area dei paesi PIIGS dell’Eurozona, si è verificato in concomitanza del mutamento di politica economica effettuato dalla Fed. A seguito della crisi del 2008, la Federal Reserve ha promosso una politica estremamente espansiva della liquidità e pertanto, le banche, a fronte di finanziamenti della Fed a tasso zero, hanno effettuato investimenti nei paesi del Bric, cioè nei paesi emergenti, la cui crescita offriva possibilità di investimento ad elevato tasso di interesse. Ma le recenti misure di restrizione delle emissioni decise dalla Fed hanno determinato il deflusso dei capitali americani dall’area dei paesi emergenti per un ammontare stimato intorno ai 100 miliardi di dollari. Tale deflusso ha dirottato i capitali americani verso azioni e obbligazioni europee, alimentando in tal modo la crescita record delle borse dell’Eurozona. L’afflusso di capitali americani in Europa ha determinato, tra l’altro, una quotazione record del cambio euro/dollaro giunta al picco di 1,40 dollari per euro. Pertanto, gli investimenti americani sono stati incentivati dalla rivalutazione dell’euro nell’ultimo anno, che ha loro permesso lucrose speculazioni sul differenziale di valuta.
Il buono stato di salute delle borse europee ha dunque fornito a Draghi gli argomenti necessari per vantare la stabilità finanziaria raggiunta nella UE e per enfatizzare inoltre una ripresa in realtà debole ed incerta dell’economia europea, che è invece tuttora afflitta dalla disoccupazione e dal perdurante stato di stagnazione della domanda interna. L’ottimismo di maniera ostentato dalla BCE, è un riflesso dei timori avvertiti dalla elite finanziaria europea e dalle classi dirigenti dei governi dell’Eurozona in prossimità delle elezioni europee del prossimo maggio. E’ infatti diffusa la preoccupazione che dalle elezioni europee emerga il malcontento diffuso tra i popoli che scontano le conseguenze della crisi e che nel nuovo parlamento europeo prevalgano forze politiche euroscettiche o anti – euro, quali i gruppi della Le Pen, Tsipras, M5S ed altri. Alla euforia della borsa, ad uno spread sceso ai minimi dal 2011, fa riscontro una super valutazione dell’euro che compromette la competitività e la crescita dell’economia europea, specie nell’export. Anzi, le economie dei paesi deboli, per recuperare competitività saranno presto costretti a orientarsi verso una politica deflazionistica, con ribasso dei prezzi, compressione ulteriore dei salari e depressione dei consumi interni. L’avvento della spirale deflazionistica, già scongiurata dalla BCE, torna di attualità negli orizzonti immediati dell’economia europea. Il tasso di inflazione è prossimo allo zero ed è quindi prevedibile una ondata deflazionistica con scarsa crescita e disoccupazione dilagante. La super valutazione dell’euro sortisce effetti negativi anche per quanto riguarda il debito pubblico degli stati. Infatti, mentre i paesi più forti possono compensare gli svantaggi nell’export con la discesa dei tassi quasi fino allo zero, i paesi più deboli subiscono invece un pernicioso aggravio dei tassi sul stesso debito pubblico, dato il maggiore coefficiente di rischio cui sarebbe esposto il loro debito pubblico.
C’è poi da rilevare che l’economia reale dei paesi europei più deboli, tra cui l’Italia, non ha minimamente beneficiato di questo grande afflusso di capitali nell’Eurozona. Tali flussi hanno incrementato i valori di borsa, hanno contribuito alla ricapitalizzazione delle banche, ma non si sono convertiti in investimenti produttivi. Le banche infatti continuano a praticare il credit crunch.
In Europa cresce la asimmetria delle economie tra paesi del nord e del sud. Asimmetria che va di pari passo con la sperequazione sempre più accentuata tra l’incremento delle quotazioni della economia finanziaria e l’andamento recessivo dell’economia reale, funestata, tra l’altro, dalle incertezze della crisi ucraina. Gli squilibri nella UE avanzano e si stanno manifestando i presupposti di una nuova crisi che potrebbe rimettere in discussione i fondamenti sia della UE che dell’unificazione monetaria. Dinanzi a questa perdurante crisi senza sbocchi, la parola spetta dunque alla politica, alla critica sociale di un sistema finanziario che si è rivelato fallimentare e potrebbe in tempi non lontani implodere.
Luigi Tedeschi

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