L’UE vuole diminuire le emissioni e aumentare le fonti rinnovabili: e il governo Letta?

di Luigi Tedeschi
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Dal sito de Min. dell’Ambiente – Il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha avviato oggi una serie di incontri istituzionali alla luce della proposta di ieri della Commissione europea di tagliare del 40% le emissioni di CO2 e di puntare ad una quota del 27% di energie rinnovabili entro il 2030. Il ministro ha avuto questa mattina un colloquio bilaterale con il ministro inglese per l’Energia e i cambiamenti climatici Ed Davey. Durante il colloquio Orlando e Davey hanno confrontato i diversi approcci rispetto all’impegno della riduzione delle emissioni in modo da definire la più efficace strategia di impegno sui cambiamenti climatici in vista del Consiglio europeo di marzo che dovrà definire la posizione degli Stati membri.
Magari ci si potrebbe chiedere perché il nostro ministro ha incontrato per primo il suo omologo inglese all’indomani dell’ultima proposta della Commissione in materia ambientale, dopo aver firmato – insieme ad altri ministri europei – una lettera che caldeggia la diminuzione delle emissioni. E’ forse in vista una qualche nuova strategia ambientale ed energetica italiana? Considerando però l’insipienza dimostrata finora da Orlando – un “carneade” sconosciuto anche tra gli addetti ai lavori, nominato ad un ministero considerato poco o nulla dai partiti del governo – c’è da dubitarne.
In effetti, il proposito della Commissione suona bene dal punto di vista ambientale, ma spesso nell’Unione Europea le iniziative di salvaguardia dell’ambiente possono aprire o nascondere grandi conflitti di interesse tra gli Stati Membri.
Intendiamoci, ad opinione di chi scrive, una vera riduzione delle emissioni di gas-serra sarebbe assolutamente auspicabile, almeno per non aggravare ulteriormente il nostro contributo alle variazioni climatiche, le cui devastazioni sono sotto gli occhi di tutti. Così come sarebbe auspicabile un aumento ben più consistente della quota di energia prodotta da fonti energetiche rinnovabili (solare ed eolico), con i dovuti criteri. <br>

Comunque, la partita che si apre con la proposta di riduzione delle emissioni in EU basata sull’aumento della quota di energie rinnovabili non riguarda certo solo la materia ambientale, ma soprattutto le politiche energetiche, che vedono situazioni molto diverse tra gli Stati Membri, e per alcuni versi ancora in divenire.


La Gran Bretagna sembra decisa a puntare sul gas estratto dagli scisti argillosi, mentre sta aumentando la sua produzione da fotovoltaico, finora abbastanza ridotta. Anche la Germania tiene d’occhio le proprie riserve di shale gas ma, dopo aver piazzato in tutta Europa il fotovoltaico e l’eolico “made in Germany”, probabilmente vorrà ora sostenerne il mercato. Anche perché alcuni dei suoi migliori clienti, gli spagnoli, stanno dando forfait. Il governo spagnolo infatti, dopo aver incentivato per anni il solare con una alta remunerazione ai produttori – che ha indotto anche dei pensionati ad investirvi i propri risparmi – ha recentemente fatto un brusco dietro-front, per evitare di dover aumentare fino al 40% il costo della bolletta elettrica. Naturalmente ciò non fa felici le industrie tedesche del settore. Guarda caso, il rappresentante di società di consulenza tedesche sulle energie rinnovabili (E3 Analytics e IFOK, GmbH), ha ricordato al governo spagnolo – peraltro non senza ragione – che cambiare i termini di un contratto esistente non giova alla credibilità per future partnership pubblico-privato.
Inoltre, per i tedeschi le rinnovabili possono rappresentare una valida opzione per produrre energia a buon mercato per il fabbisogno interno. Secondo i dati presentati in questi giorni dal Solar Energy Systems ISE dell’Istituto Fraunhofer, il costo livellato dell’elettricità (LCOE) tedesco sia da solare fotovoltaico che da eolico non off-shore scenderà sotto quello di carbone e gas entro il 2030.
Gli inglesi invece hanno deciso di puntare sullo shale gas, il gas estratto a grande profondità nel sottosuolo dagli scisti argillosi con il “fracking”, una tecnica che definire dannosa per l’ambiente è un eufemismo. Il fracking consiste nell’immettere a pressione nel sottosuolo enormi quantità di acqua miste a sostanze chimiche, per liberare il gas intrappolato negli scisti. A parte il consumo di acqua e l’inquinamento del suolo, l’estrazione dello shale gas destabilizza la geologia del luogo di estrazione (un paio di piccoli terremoti degli anni scorsi nel Lancashire sono sospettati di essere stati causati dal fracking). Le emissioni di gas-serra negli impianti di produzione energetica, per unità di energia prodotta, sono gli stessi che per il gas convenzionale, e all’incirca la metà di quelle del carbone. Ma c’è da considerare anche la quota di emissioni di gas metano (un gas-serra più potente della CO2), dovute all’estrazione dello shale gas col fracking. Ci sono diversi studi di università e istituti inglesi e americani sull’argomento, ma la materia è ancora controversa. Alcune stime parlano di emissioni molto più alte rispetto al gas naturale “convenzionale”.
Il fatto è che gli inglesi si aspettano di poter estrarre dal loro sottosuolo quantità ingenti di shale gas. Nel 2013 il British Geological Survey ha stimato una riserva pari a circa 40 trilioni di metri cubi solo in un bacino del Nord. Alcune stime arrivano a considerare questa la più grande riserva conosciuta al mondo, che permetterebbe da sola di coprire il fabbisogno britannico per 50 anni. Sono stime alquanto contestate, ma il governo inglese sembra crederci, e quest’estate ha ridotto alla metà le tasse per le industrie che estraggono lo shale gas col fracking rispetto alle altre industrie estrattive e del petrolio. Il ministro cancelliere dello scacchiere George Osborne ha dichiarato di voler creare il miglior regime di tasse al mondo per le industrie del settore, per fare della Gran Bretagna un leader della “rivoluzione dello shale gas”, che ha il potenziale di creare migliaia di posti di lavoro, e mantenere la bolletta energetica bassa per milioni di persone.

Tra politiche molto diverse che non potranno non andare in conflitto sul proposito “ambientalista” della UE, l’Italia, la cui partecipazione ai tavoli di negoziazione delle regole “tecniche” è spesso incoerente e priva di connessione con la realtà nazionale, rischia di subire le decisioni altrui, incapace di trarne vantaggio o, perlomeno, di limitare gli svantaggi.
Per quanto riguarda le emissioni nazionali, l’Italia ha già raggiunto il traguardo del 2020. Ma non c’è da vantarsi: il rapporto del 2013 del nostro Ministero alla Commissione sugli adempimenti delle politiche ambientali europee in materia di clima mostra sì la riduzione, ma dice che in buona parte è dovuta alla crisi economica, che ha prodotto una diminuzione dei consumi energetici e delle produzioni industriali.
Su questo punto – e solo su questo – ha ragione il presidente di Confindustria Squinzi nel suo appello a Letta, dove chiede una negoziazione in sede europea più favorevole alla realtà conf-industriale italiana, cioè quella delle grandi industrie divoratrici di energia, peraltro molto attive sul mercato delle quote di emissione.
In effetti, il mercato delle quote di emissione europeo, o ETS (Emission Trading System), scaturito dal protocollo di Kyoto, non è un fattore banale nel contesto. Sta diventando un notevole business (praticamente fatto sul nulla come i “derivati” finanziari), con la possibilità di vendere e comprare “permessi di inquinamento” (sic) e “quote certificate di riduzione delle emissioni”, in base agli obiettivi di riduzione assegnati ad ogni paese e al tetto di emissione assegnato ad ogni singolo impianto. Per l’Europa, riguarda qualcosa come 11.000 impianti di produzione di energia o industriali in 31 paesi (27 EU più i soliti vicini, inclusa la Svizzera che commercia parecchio). Attualmente, la quantità di quote disponibili è in surplus, vista la riduzione forzata delle emissioni generata dalla crisi economica, e la Commissione EU non fa mistero che il nuovo traguardo del 40% di riduzione delle emissioni dovrà servire anche a ridare vigore al mercato delle quote, facendo innalzare il valore economico dei “permessi di inquinamento”.

Il fotovoltaico italiano, (ex) secondo in Europa
Vediamo la situazione italiana rispetto alle due opzioni energetiche considerate per Germania e Gran Bretagna. Certo da noi ci sarebbe anche l’opzione gassificatori, ma si dovrebbe aprire un discorso a parte.
Le statistiche riportano che nel 2010-2011 l’Italia era il secondo mercato mondiale del fotovoltaico, dopo la Germania, creando più di 100 mila posti di lavoro (150.000 stimati a fine 2013), soprattutto tra i giovani, con un’età media degli addetti inferiore ai 35 anni. Dal 2008 al 2012 la produzione di energia elettrica da fonte solare è passata da un esiguo 0,05% del fabbisogno nazionale al 5,5%, pari quasi alla metà della produzione da fonti idroelettriche, con un tasso di crescita del settore di oltre il 300% annuo.
Dal 6 luglio 2013, finiti i soldi stanziati per il Quinto Conto Energetico, il governo Letta ha pensato bene di “risparmiare”, riducendo gli incentivi per i prossimi anni. In pratica solo i piccoli impianti familiari, con le detrazioni fiscali, avranno un qualche aiuto. Il governo Letta è riuscito così a mettere in ginocchio anche questo settore appena nato ma così promettente, in totale controtendenza rispetto alle prospettive mondiali, che invece si annunciano più che rosee. Per di più, imperversa la concorrenza dei cinesi, intenzionati a vendere in Europa almeno 10 Gigawatt di moduli fotovoltaici ai loro soliti prezzi stracciati.
E lo shale gas? Per fortuna, ed almeno per il momento, l’Italia non sembra intenzionata ad entrarvi. All’indomani del recente sì della UE allo sfruttamento dello shale gas in Europa – accompagnato da una “recommendation” di principio giusto per far contenti gli ambientalisti – il Ministero italiano per l’economia e lo sviluppo ha dichiarato che non prevede “il rilascio di licenze per la ricerca e lo sfruttamento dello shale gas”. Il nostro territorio – dove abbiamo una delle più ricche “collezioni” al mondo di strutture geologiche attive dal punto di vista sismico che certo non trarrebbero benefici dal fracking – verrebbe quindi risparmiato.

Tornando al proposito della Commissione UE: allora cosa si prefigge il governo Letta per diminuire le quote di emissione ed aumentare le rinnovabili, dopo aver affossato il fotovoltaico? Acquistare lo shale gas dagli inglesi, risparmiando qualche euro e forse qualche tonnellata equivalente di CO2, e poi mettere da parte i soldi per comprare le quote di emissione e pagare le prossime infrazioni comunitarie?
A quando una vera politica energetica a favore degli italiani, che tenga conto dell’ambiente e sia  consistente con la realtà nazionale, fatta soprattutto di PMI, non di conf-industrie?
Luigi Tedeschi

Riferimenti:

Emissioni di gas-serra, dati Agenzia Europea per l’Ambiente

Appello Squinzi

Il mercato europeo delle quote di emissione

Fotovoltaico
http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=47156
http://qualenergia.it/articoli/20120103-ma-che-numeri-ha-il-fotovoltaico
http://www.orizzontenergia.it/download/News%20/2014_01_28_Lettera_aperta_Repubblica.pdf

Pannelli cinesi
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-07-06/pannelli-solari-cina-intesa-082616.shtml?uuid=AbN7onBI

Shale gas
http://www.orizzontenergia.it/news.php?id_news=3486#sthash.7Iq9eqzW.dpuf
https://www.bgs.ac.uk/home.html?src=topNav
http://www.bbc.co.uk/news/business-23069499
http://www.energymanagernews.it/articoli/0,1254,51_ART_153274,00.html

In figura: riduzione delle emissioni di gas-serra in EU27 e in EU15 rispetto agli obiettivi, fonte: Agenzia Europea per l’Ambiente

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