Agosto, statale mio non ti conosco … di Eugenio Orso e Anatolio Anatoli

basta-macelleria
Le minacce agostane agli statali, diffuse dalla stampa e smentite dal governo, con lo spauracchio di duecentomila posti di lavoro in meno nel settore pubblico, di prepensionamenti forzati e uscite senza troppi complimenti e incentivi, indicano una volta di più la tendenza a colpire il lavoro dipendente, economicamente e in termini di diritti, nonché a spostare risorse dalla spesa pubblica, che ha una funzione sociale e di cui beneficiano soprattutto le classi dominate, al grande capitale finanziario.

Rammentiamo che “toccare gli statali” fa parte di un piano ultradecennale di precarizzazione e compressione economica dei lavoratori, nonché di trasferimento d’ingenti risorse dal lavoro al capitale. Il discorso in questione, tappa fondamentale della lotta di classe neocapitalistica contro i lavoratori, riguarda sia aspetti antropologico-culturali sia elementi squisitamente economici e distributivi della ricchezza. Si svaluta il lavoro, si riducono progressivamente i diritti di chi lavora – spesso aggirando la normativa vigente senza abrogarla, com’è stato fatto con lo Statuto dei Lavoratori in relazione alla precarietà – e si “risparmia” sul relativo costo, gonfiando i profitti e alimentando, di riflesso, le rendite finanziarie. Si risparmiano anche le risorse per le pensioni, dopo una vita di lavoro incerto e non tutelato, destinando altre risorse, collettive, al grande capitale che detta legge.

L’allarme agostano, quale annuncio di un prossimo attacco del sistema ai lavoratori pubblici, s’inserisce a pieno titolo nel quadro della lotta di classe a senso unico, scatenata dalla classe globale dominante e dai suoi servi – dei quali l’Italia politica, sindacale e mediatica pullula – contro i lavoratori e i dominati in generale.
Per quanto riguarda l’attacco al lavoro dipendente, nel nostro paese, possiamo distinguere tre fasi principali, dell’ampiezza di una decina di anni ciascuna, con la prima che è cominciata quando il neocapitalismo, di là a un paio di decenni dominante, era ancora in embrione:

  • 1) Anni ottanta, con l’avvio simbolico dato dalla celebre marcia dei quarantamila fiat, orchestrata dall’azienda contro il pci di Berlinguer, la fiom di Galli e la cgil di Lama, e l’esiziale attacco alla scala mobile del 1984.
  • 2) Anni novanta, per intenderci quelli di Biagi consulente governativo, dal 1995 del ministro del lavoro Tiziano Treu, e del famigerato pacchetto Treu, legge n.196 del 24 giugno 1997, che ha introdotto in Italia il lavoro interinale (o somministrato), garantendo, per gli anni a venire e senza toccare lo Statuto dei Lavoratori (aggiramento) lavoro a termine sottopagato a volontà.
  • 3) Primi duemila, fino ad oggi, anni in cui la precarietà è entrata in circolo come un veleno nel sistema – senza alcun duraturo beneficio per la produzione e l’occupazione, non evitando le chiusure aziendali, distruggendo il futuro di molti e limitandone la professionalità – e in cui è iniziato l’attacco al lavoro dipendente che gode dei “vecchi contratti” a tempo indeterminato, con un’estesa complicità sindacale, fino alla minaccia dell’assalto finale neoliberista all’ultimo santuario degli stabilizzati, cioè l’impiego pubblico.

Scriviamo ancora qualche riga in proposito, certi che nei prossimi mesi questo governo troikista, europoide e neoliberale, o il prossimo governo di occupazione del paese in sua vece, provvederà a espellere centinaia di migliaia di dipendenti pubblici, probabilmente con i prepensionamenti, se non peggio, ma naturalmente senza pingui incentivi in uscita. In altre parole, per l’impiego pubblico prevediamo il bastone e ben poca carota, nicchie particolari e alta dirigenza escluse. Tutto ciò con una disoccupazione dilagante, attesa in almeno tre milioni e mezzo di unità già alla fine di quest’anno, e inoccupati che non cercano più lavoro per oltre un milione e mezzo. Per non parlare, poi, dei contratti a termine precarizzanti, dei cassa-integrati e dei lavoratori in nero, ricattabili e talora super sfruttati. Del resto, se la Grecia è l’immagine del nostro futuro, sappiamo che là ci sono state massicce espulsioni di lavoratori pubblici, con la scusa di garantirsi i “salvifici” prestiti internazionali e le elargizioni degli usurai dell’eurogruppo.
L’inizio simbolico, ma anche drammaticamente concreto, di queste strafexpedition contro i lavoratori, è la marcia a Torino dei quarantamila quadri e impiegati della fiat. Correva l’anno 1980. La sconfitta operaia, metalmeccanica e comunista conseguente, con la fine dello sciopero dei metalmeccanici della fiom (allora ancora un sindacato dalla parte dei lavoratori), ha aperto la strada alla riscossa in grande stile del capitale, in via di rapida mutazione genetica, come si sarebbe compreso molto chiaramente negli anni successivi. In seguito, c’è stato il primo colpo di maglio alla scala mobile, sempre negli anni ottanta, con Bettino Craxi alla guida del governo. Il cosiddetto decreto della notte di San Valentino, nel 1984, grazie al quale furono brutalmente tagliati tre o quattro punti della scala mobile (contrari, all’epoca, soltanto il pci e la cgil, molto diversa da quella di Epifani e della Camusso), fu il primo, consistente blitz diretto contro il lavoro dipendente e le retribuzioni, anche se il neoliberismo e il neocapitalismo non erano ancora dominanti. Ma già soffiava il fetido vento del “lib-lab”, il laburismo robustamente liberale e liberista, di cui i craxiani erano i primi portatori. Bettino Craxi, impegnandosi personalmente, riuscì a vincere il referendum del 1985, a infliggere una sconfitta postuma a Enrico Berlinguer, defunto l’anno prima, e al capo sindacale comunista Luciano Lama, che aveva voluto la scala mobile nel 1975. Craxi, i craxiani e tutte le forze che stavano dietro di loro evitarono così l’abrogazione della micidiale norma. Dopo parecchi anni, in un clima già mutato, alla fine di luglio del 1992 la scala mobile, che aveva avuto la funzione di adeguare stipendi e salari all’inflazione, è stata definitivamente soppressa con un accordo truffa noto come “protocollo triangolare”, fra il pessimo governo Amato e le cosiddette parti sociali, unite quanto lo sono oggi nel mazziare i lavoratori. Tanto che Bruno Trentin, asceso al vertice della cgil dopo Pizzinato, si dimise (per questioni di coscienza e di vergogna) subito dopo la firma dell’accordo e a lui subentrò “il cinese”, Sergio Cofferati. Unica concessione, il contentino di un elemento distintivo della retribuzione per i lavoratori, ormai definitivamente inchiappettati.

Negli anni novanta, oltre alla riforma delle pensioni del 1995 – ricordate il farabutto Lamberto Dini, riformatore del sistema pensionistico, ma pensionato d’oro di bankitalia? – si è provveduto subdolamente a introdurre nell’ordinamento i contratti atipici, per inoculare nel sistema i germi del lavoro flessibile, somministrato e precario. Se i futuri pensionati dovevano passare, grazie a Dini e ai suoi sodali, dal metodo di calcolo pensionistico retributivo (più favorevole a loro) a quello contributivo (sfavorevole), i nuovi occupati avrebbero avuto un orizzonte fatto di partite iva, d’incertezza economica, lavorativa ed esistenziale, di diminuzione dei diritti rispetto alla precedente generazione di lavoratori. Tanto che nei primi duemila, dilagando i contratti a termine, definiti “atipici” proprio perché non avrebbero dovuto rappresentare la tipicità e la normalità, la situazione è finita fuori controllo. Fuori controllo al punto tale che nel 2011 l’antitrust non ha potuto esimersi di denunciare al ministro del lavoro in carica il cartello “dei salari low-cost”, che consentono risparmi niente male sul costo del lavoro. Le colpe, per quanto riguarda la diffusione di tali contratti, con paghe “a sconto”, subiti da falsi lavoratori autonomi (parasubordinati) o da somministrati, non riguardano soltanto l’industria privata, ma lo stesso settore pubblico, nonché i partiti politici che da tempo si valgono di precari.

In questi anni abbiamo avuto una serie di contratti collettivi nazionali di lavoro truffa, complici i sindacati gialli (tutti, compresi Cgil e fiom), che hanno tolto reddito ai lavoratori dipendenti e alle loro famiglie. Particolarmente colpiti, con forte impatto mediatico, i lavoratori metalmeccanici, che hanno dovuto scontare e stanno scontando la contrattualistica personale di Marchionne, detto fuor di metafora e addirittura fuor di confindustria.

L’ultimo baluardo del lavoro stabile e protetto è l’impiego pubblico, già sottoposto allo stop degli aumenti e ai blocchi del turnover. Ricordiamo che stiamo parlando non di un’infima minoranza, non di bazzecole, ma del 15% circa degli occupati totali. Per questo oggi si attaccano i dipendenti dello stato. Non per i presunti sprechi delle pubbliche amministrazioni, a partire da quella centrale, che fungono, però, da ottimi pretesti e consentono di veicolare, a livello di massa, i dogmi neoliberisti ridotti a slogan da accettare acriticamente e da introitare. Contro quest’ultimo baluardo, il grande capitale finanziario – che detta ai governi collaborazionisti le politiche, spacciando la dittatura del mercato per democrazia avanzata – prepara l’ultima, grande strafexpedition. Ciò che il nemico vuole è rendere storicamente definitiva la rotta dei lavoratori dipendenti, impedendo che un giorno possano riorganizzarsi e contrattaccare. Il taglio di un paio di centinaia di migliaia di dipendenti pubblici su oltre tre milioni di unità, in circa tre anni, ha rappresentato per qualche giorno uno spauracchio diffuso ad arte mediaticamente. Proprio durante le tradizionali feste agostane. Si è lanciato il sasso nello stagno per valutare l’ampiezza dei cerchi. Si è voluto anticipare una manovra da tempo nel cassetto (dei governi e dei politici collaborazionisti dell’occupatore del paese) per studiare le reazioni. I sindacati complici hanno starnazzato un po’, chiedendo di non essere esclusi dai tavoli, per assicurarsi un posto al banchetto organizzato sulla pelle dei lavoratori. Ma ecco che interviene il ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione, Gianpiero D’Alia, con una clamorosa smentita. Intanto, però, la notizia è stata diffusa dai giornalisti, chi più chi meno compiacente, senza suscitare episodi di sollevazione e di guerriglia urbana. State pur certi che lo faranno, anche se l’affaire Berlusconi può comportare la caduta del direttorio Letta-Napolitano e un temporaneo stop all’operazione contro i lavoratori del settore pubblico. Ne abbiamo avuta notizia in agosto, durante le ferie sotto il solleone, nel mese di tregua prima degli autunni caldi. Come dire, “Agosto, statale mio non ti conosco …”

Eugenio Orso & Anatolio Anatoli

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