Cercasi opposizione disperatamente

Editoriale di Luigi Tedeschi , dal numero maggio-giugno di Italicum

Tra le principali cause del declino italiano viene spesso annoverata dai media la perdurante instabilità politica, che rende difficili le riforme e genera sfiducia nei marcati, il cui giudizio, costituirebbe il parametro oggettivo della validità o meno, di una classe politica di un paese. Ma le cause della crisi italiana vanno ricercate altrove.

In Italia c’è infatti una perenne stabilità politica che sarebbe più esatto definire stagnazione.I governi si succedono da 20 anni, ma la dialettica maggioranza – opposizione è stata soppiantata da una agenda politica imposta dalle direttive finanziarie della BCE ed il ruolo dei governi è ristretto alle modalità di attuazione delle stesse. In questa situazione di devoluzione progressiva all’Europa della sovranità economica e politica del paese, il dibattito politico è assente e non sono i governi ad essere incalzati dalla critica delle opposizioni e dalla protesta popolare, ma semmai sono paradossalmente le opposizioni a farne le spese del distacco delle masse dalla politica. Le opposizioni si logorano per la loro conclamata impotenza, per la loro evidente mancanza di contenuti politici e programmi credibili, elementi di cui invece le maggioranze governative possono fare a meno, perché politiche alternative alla gestione dello status quo imposto dall’Europa sono impensabili. La recessione avanza, la disoccupazione dilaga, l’impoverimento delle masse è evidente e visibile, così come il degrado istituzionale. Dato il crescente malcontento, si temono disordini e sommosse, si invoca e/o si paventa una rivoluzione popolare. Ma in Italia non sussistono attualmente i presupposti ideologici né le condizioni politiche per fenomeni rivoluzionari, attualmente non prevedibili. La rivoluzione viene evocata dal sistema stesso al fine di esorcizzarla. Dinanzi ai fantasmi rivoluzionari il sistema si legittima come garante dell’ordine democratico, onde giustificare eventuali azioni repressive del dissenso: è questo uno dei tanti strumenti di autoconservazione sopravvivenza di un sistema politico in decomposizione.

La politica italiana ed europea è stagnate, è paralizzata dalla crisi economica. L’Europa si rivela solo burocratica ed impotente, è assente dal consesso internazionale, perdura la sua subalternità agli Usa. Questa Europa che non ha alcuna strategia nelle crisi internazionali (vedi Medioriente), guarda solo a se stessa e assiste impotente alla propria decadenza, assume il ruolo di una provincia del mondo capitalista occidentale. Né tanto meno può avere l’ambizione di risolvere una crisi di cui i propri organismi finanziari sono la causa. Diagnosticare le cause della crisi e prescrivere terapie anti – crisi è fin troppo facile.
Si invoca da più parti il ritorno all’economia keynesiana, dopo il conclamato fallimento della svolta liberista degli anni ’80. Si indicano quindi, quali terapie anti – recessione, immissioni di liquidità ed espansione del credito, finanziamento della spesa pubblica in deficit per gli investimenti, nuove normative per il sistema bancario che ripristinino la separazione tra banche che esercitano il credito ordinario e banche d’affari, controllo dello stato sul sistema bancario e sull’industria ritenuta strategica per la ricerca e l’innovazione. Tali proposte presuppongono il controllo dello stato sull’economia ed il ripristino del sistema dell’economia mista. Ma ci si chiede quale stato possa esercitare una tale funzione di controllo e di incentivo, dato che in Europa la sovranità economica e monetaria degli stati è stata devoluta alla BCE e le istituzioni politiche di ciascun paese sono state relegate al ruolo subalterno di meri esecutori delle politiche economiche imposte dalla banca centrale europea. L’Europa è governata dalle oligarchie finanziarie degli organismi della Ue e la ragion d’essere delle sue politiche economiche, generatrici di recessione, è da ricercarsi proprio nella loro politica di espropriazione della sovranità degli stati. Si sono finanziate con centinaia di miliardi le banche, le cui speculazioni finanziarie sono la causa stessa della crisi, mentre a sostegno dell’occupazione la Ue ha erogato appena 8 miliardi.

Ma le soluzioni enunciate hanno limiti ulteriori. Un improbabile ritorno alla economia keynesiana consisterebbe in una soluzione solo di carattere economico, che lascerebbe immutata la struttura politica e sociale del sistema. E’ vero che si potrebbero trovare soluzioni temporanee ai problemi incipienti della recessione mediante l’immissione di liquidità e favorire la ripresa produttiva mediante l’espansione del credito, ma non si potrebbe mai giungere a soluzioni risolutive di una decadenza europea che non è solo economica, ma anche politica e morale. Le dottrine keynesiane si sono rivelate efficaci nell’ambito delle crisi cicliche dell’economia capitalista, ma non possono esserlo dinanzi ad una crisi strutturale del capitalismo stesso. Nell’era della globalizzazione il capitalismo finanziario ha prevalso su quello produttivo ed  una inversione di tendenza appare oggi impossibile. In realtà una svolta in favore del ritorno alla economia della produzione con sviluppo ed espansione dell’occupazione, è sostanzialmente un problema politico, che postula l’esistenza di forze politiche e nuove classi dirigenti che impongano trasformazioni e riforme di carattere strutturale. Il primato della produzione e del lavoro sull’economia finanziaria presuppone, insieme con una ripristinata sovranità dello stato, nuovi assetti istituzionali che creino nuovi equilibri sociali con relativa redistribuzione del reddito prodotto, eguaglianza politica e sociale, valorizzazione della produzione e del capitale umano, diffusione di modelli imprenditoriali ispirati alla cooperazione e alla partecipazione. Si rivela ogni giorno di più l’impossibilità di addivenire a soluzioni della crisi presente, perché si presuppone la sussistenza immutabile del modello capitalista.
Non sono pensabili oggi soluzioni all’interno dell’attuale sistema liberal democratico perché il postulato fondamentale del liberalismo è l’autoreferenza dell’economia. In nessun luogo oggi si discute di politica senza fare riferimento ai mercati, alla borsa, alla Ue, a equilibri finanziari: è questa una ammissione palese del primato autoreferenziale della economia. Di conseguenza la politica diviene strumento per la realizzazione di equilibri economico – finanziari impossibili: tagli della spesa pubblica, aumento della pressione fiscale, deflazione monetaria, sono misure che dovrebbero generare risanamento e crescita, quando invece provocano recessione e sottosviluppo. Il primato dell’economia e dei suoi equilibri impossibili comporta di conseguenza, non la soluzione, ma la rimozione dei problemi sociali. I costi sociali di queste manovre economiche sono problematiche estranee all’attuale modello liberista.
In questa situazione di estremo degrado politico e sociale, paradossalmente, sono condannate non le classi dirigenti, ma le opposizioni. Esse sono marginali, nella politica e nella società. L’astensionismo di massa non crea nuovo dissenso, ma genera solo masse inerti, dominate da senso di impotenza e fatalismo. La massa è una entità virtuale che si esprime attraverso i blog telematici, esterna una protesta quindi virtuale, non attiva. I costi sociali della crisi sono evidenti, l’Italia è un paese senza futuro per i giovani, ma la massa non è un’entità sociale omogenea ed unitaria e quindi, priva di soggettività politica. Evidentemente l’ideologia dell’individualismo di massa è penetrata fin nelle radici della psicologia collettiva. La massa è oggi composta da milioni di atomi individuali, la cui coesione sociale è impensabile. L’individualismo stronca alla radice la dimensione sociale dell’uomo e pertanto l’atomismo sociale conduce solo allo spirito di sopravvivenza, alla conservazione di se stessi. E’ assente oggi nelle masse proletarizzate la coscienza del carattere sistemico della crisi. Una diffusa psicologia di autoconservazione induce a ritenere la crisi un fenomeno grave, ma temporaneo. Tale atteggiamento porta alla preservazione di questa classe dirigente, che si perpetua attraverso l’inerzia, mancando una efficace opposizione ad essa. Le stesse crisi, prima o poi si esauriscono, ma è impensabile un ritorno al precedente status quo. Perché le crisi comportano sempre trasformazioni.

Ci si chiede allora quali siano le cause della assenza di opposizioni credibili. In realtà, pur in presenza di una generica protesta diffusa, i contenuti di una opposizione politica possibile si rivelano evanescenti. In Italia manca da sempre un dibattito politico sull’Europa, che ha sempre rappresentato una fatalità della storia, piuttosto che una scelta consapevole. Ovunque si elaborano teorie sulle cause e gli effetti della crisi, si effettuano diagnosi, ma si prescrivono solo terapie generiche ed inefficaci. Non ci si confronta sui problemi strutturali prodotti dalla crisi. Dinanzi ai problemi del futuro dell’euro, dell’Europa, dell’Occidente, manca progettualità politica e culturale. Non esistono idee concrete e credibili su tali problematiche: se cioè questa triade di entità tra loro inscindibili debba essere distrutta, o riformata (e come?), o conservata. Nel caso in cui si opti per una radicale riforma dell’Europa, occorre che essa affermi la sua sovranità e per essere sovrana, dovrebbe realizzare un proprio modello politico – sociale specifico, diverso ed alternativo sia al sistema capitalista anglosassone, che al liberismo selvaggio dei paesi emergenti. Nel caso in cui si optasse per una futuribile fuoriuscita dall’euro e/o dall’Europa, occorrerebbe liberarsi contemporaneamente dai vincoli della alleanza atlantica, e di conseguenza decidere quale potrebbe essere il ruolo e  il destino degli stati. Con quali strumenti sarebbe allora possibile ripristinare la loro sovranità interna ed esterna? Se i singoli stati non potrebbero certo rivelarsi autosufficienti, quali aggregazioni sarebbero possibili? Se l’indipendenza e la sovranità degli stati escludono la sussistenza dell’unione europea e i vincoli della Nato, quali potrebbero essere i nuovi alleati? Sono problemi ineludibili. Ma intanto la crisi morde e l’incalzante necessità di nuovi tempi richiede contenuti e soluzioni possibili. La crisi europea è parte integrante di una crisi mondiale che coinvolge il capitalismo. Occorre quindi delineare, al di là della crisi, quali possano essere i fondamenti di un nuovo sistema che subentri al capitalismo.
Non è certo pensabile un ritorno alle ideologie novecentesche. La globalizzazione, l’euro, la BCE, hanno prodotto un ordine capitalista astorico, economicista, antisociale: la destoricizzazione liberista ha sostituito le ideologie. Il punto di partenza è quindi costituito dalla presa di coscienza della dimensione storica della crisi. Le trasformazioni sociali e culturali prodotte dalla crisi devono indurci ad acquisire un senso storico del presente, perché è solo dalle condizioni storico – sociali del presente possono scaturire idee che prefigurino una nuova società. I contenuti della politica sono prodotti da scelte ed aspettative già presenti nella società e necessitano di elaborazione teorica e prassi politica. Solo in vista di scopi ed obiettivi da raggiungere si può prefigurare un nuovo ordine, nuove strutture politico – sociali, quale risultato della partecipazione attiva delle masse. La dimensione sociale dell’uomo può e deve sussistere solo in funzione di finalità comunitarie da realizzare. Finalità che oggi sono al di là e al di sopra del presente, delle contingenze individuali e di gruppo. Una opposizione efficace a questo capitalismo assoluto e decadente, può emergere infatti non come espressione di un gruppo o di una classe, ma della totalità sociale. Nella società attuale deve nascere una nuova soggettività comunitaria, storica e nello stesso tempo trascendente le condizioni del presente. E’ auspicabile dunque un ripensamento della vecchia ed eterna politica di ogni tempo, che superi le illusioni della virtualità tecnologica, che produce solo opinioni superficiali e mutevoli, quale espressione di una labilità psicologica di masse omogenee al sistema. Occorrono quindi passione politica, idealità, partecipazione, nuove classi dirigenti.
Luigi Tedeschi

Annunci

, , , ,

  1. Lascia un commento

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: